The Afterlife of Empire: Unlearning Russocentrism Through a Feminist Politics of Knowledge
Il russo-centrismo opera non solo come orientamento geopolitico, ma anche come regime che plasma il modo in cui genere, razza, violenza e modernità vengono interpretati in tutta l’Eurasia, termine che l’autrice utilizza in senso ampio per comprendere l’Europa orientale, i Paesi baltici, il Caucaso, l’Asia centrale, la Siberia, l’Estremo Oriente e il Nord, nonché alcune parti dell’Europa centro-orientale le cui storie intellettuali e politiche si intrecciano con quelle di diversi imperi. Come continua l’autrice: «In qualità di studiosa femminista bielorussa che opera tra i mondi intellettuali degli studi sulle donne, di genere e sulla sessualità (WGSS) e degli studi eurasiatici, sono da tempo turbata dal modo in cui il russocentrismo viene minimizzato o liquidato come un’accusa scortese piuttosto che riconosciuto come una condizione strutturale». Questo saggio nasce da quel disagio e da epistemologie femministe, queer e transnazionali radicate nelle realtà vissute delle zone di confine eurasiatiche. Si rivolge alle teoriche femministe attente alle relazioni di potere globali e alle studiose dell’Eurasia che si confrontano con la persistenza delle storie imperiali. Non si tratta di reificare una divisione artificiale tra studi “femministi” e “eurasiatici”, ma di evidenziare come le pensatrici femministe della regione abbiano sempre fatto parte di un panorama intellettuale transnazionale.
I recenti interventi militari russi e le reazioni che ne sono seguite hanno acuito una questione di lunga data: perché l’eredità dell’imperialismo russo e sovietico è rimasta così sistematicamente oscurata nel mondo accademico? Perché le prassi disciplinari – dalle gerarchie linguistiche degli studi regionali a certi modelli femministi plasmati dagli immaginari della Guerra Fredda – hanno così spesso difeso, anziché mettere in discussione, questa eredità imperiale? Quando le critiche al russo-centrismo vengono liquidate come simpatie verso la NATO, prese di posizione geopolitiche o “traumi” emotivi, vengono private della loro forza analitica e dislocate dalle preoccupazioni intersezionali relative alla violenza di genere, alle gerarchie razzializzate e al militarismo che la ricerca femminista ha a lungo messo in primo piano altrove. Eppure le zone di confine eurasiatiche emergono spesso come un’eccezione “unica” alle dinamiche capitalistiche e imperiali globali.
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